L’impiegato

Le nuvole dell’alba, turchine, spruzzate di rosa. Faticosamente apri la finestra, bisognava andare.
Il letto aveva in sé il caldo del sonno, la meraviglia del risveglio; non sapeva fino a quando sarebbe durato.
II giorno era nella stanza; i mobili, i quadri s’immiserivano alla luce sfumata, violenta.
Lo aspettavano appostati agli angoli delle strade convergenti nella piazza al centro della città dove lui abitava.
Intermittenze di reclams lucevano ancora il riflesso ordinato della tecnica. Ma bisognava andare, forse sgusciando nell’ombra blu del balcone a poi dietro, sotto le auto immobili, sarebbe riuscito a trascorrere quello spazio fastidioso; annullandolo sarebbe sceso alle loro spalle con una beffa irriducibile.
Le armi avrebbero sparato a vuoto le cartucce lucenti, trasparenti liquidi scarlatti.
II tratto della sua nascita sconosciuta, gli anni passati trascorrevano nel centro del cranio: esperienza, decisione, guida.
Il sole specchiava bave rosseggianti dai vetri dei fabbricati; i vetri delle auto erano bianchi, appannati per la nebbia fradicia della notte.
Radici elettroniche lampeggiavano per dare all’attimo decisionale il senso della scelta.
Là il pericolo, viscido, immondo, certo, in attesa del suo passaggio obbligato da una delle strade the si diramavano verso la periferia, le mura antiche, gli alberi torreggianti con i filtri vitali vibranti al vento a I’architettura preziosa.
I secondi trascorrevano veloci… i minuti.
Bisognava andare azionando i movimenti degli organi competenti; le dita dei piedi si curvavano nello slancio di spingere il corpo in avanti, silenziosamente.
Nella pausa le vene del collo erano gonfie di sangue, quasi trattenuto perché to scorrere violento, con il suo fruscio di acqua corrente, non to tradisse.
Avrebbe voluto restare, richiudersi lentamente in una notte personale addentrandosi nella spirale di sogni the ne sarebbe seguita.
Ma anche per quello c’era tempo; non era opportuno riposare ancora. Bisognava andare.
Era atteso dallo spazio da percorrere, già predisposto a contenere la sua figura come un calco di cera liquida: quindi, il punto di arrivo. Bastava trovarlo tra i molteplici vuoti. Ma dovunque dirigesse lo sguardo vedeva una strada e sembrava essere la giusta, così illuminata dai primi raggi del sole usciti dall’arco dell’orizzonte, infuocato di luce nucleare.
Percepì il nemico a gli fu sopra incamerandolo in una dilungante simbiosi. Sentiva la pelle vibrare come elitre di libellula e com’esse traspariva mostrando la straordinaria struttura volante.
Così passò oltre, beffando gli altri in agguato, attorniato da spirali di pensieri, nuvole d’api insistenti nella ricerca del polline profumato.
Tirò un sospiro di sollievo, non aveva sperato molto di farcela anche se era uscito ugualmente dal suo nascondiglio notturno.
Infatti l’impegno era preciso, assunto già da qualche anno e non avrebbe potuto mancare. Ormai anche se lo avessero visto, era riuscito a passare; le sentinelle rimaste erano state beffardamente vinte a superate. Gli altri mentre camminava, scorrevano lentamente ai suoi fianchi, come pallide lune, ciascuno chiuso nella propria problematica esistenziale, corto d’orecchio e di sguardo portando a spasso i lineamenti ancora intorpiditi dalla notte nonostante il sole sfolgorante.
Non lo vedevano nemmeno, maggiormente in quel momento felice, soddisfatto di essere sfuggito agli agguati ed alle aspettative di morte, con una buona disposizione ad arrivare ad una più perfetta conoscenza di sé.

Entrò nell’ufficio situato al settimo piano di un fabbricato di periferia della città, puntuale come al solito, dirigendosi al suo tavolo: due strisce di sole solcavano il pavimento della stanza, risalivano sulla parete opposta, evidenziando un muro veleggiante di corpuscoli altrimenti invisibili.
Aprì il cassetto, il contenuto era disposto in ordine perfetto: lapis, penne, gomme; un lato era occupato da un registro verde oliva. Lo prese per annotare con la sua penna a sfera, trasparente come un cristallo, le fatture e i numeri progressivi, elencando poi i nominativi dei clienti. Di buona voglia cominciò, pazientemente, il suo lavoro, minuzioso a importante.