Strani affetti Premio Il Golfo 2001       Premio Lett.Casentino 2001

Sul treno il cuore batteva confondendosi col ritmo delle ruote sui binari di acciaio e rotolando con scintille mutevoli che si perdevano tra il vento della gran massa fuggente.
Scintille del cuore tumultuavano e incendiavano pensieri e sentimenti contrari e contrastanti.
Il padre morto da sempre perché di lui non ricordava la vita e vedeva nello zio l’amico, il padre, il tutore, il fratello.
In fondo fino ad allora sapeva che c’era la sua essenza preponderante su tutte le altre, temeva e chiedeva il suo giudizio sui comportamenti tenuti lungo l’intera vita giunta fino a quel momento.
Un esame continuo da sostenere e amorevolmente gli faceva piacere sostenerle. Teneva al suo giudizio perché sapeva quanto fosse severo e intelligente.
Ecco, il treno volava nel cielo grigio della notte e del sonno, arrivare dove e da chi, perdersi nel mondo sconosciuto come si perdere nel mistero eterno del nulla oppure nel pensiero di un Dio ingiusto oppure giusto, bizzarro o funambolesco
All’arrivo il taxi e quella strada che porta il nome e il rumore di un fiume.
Quante volte insieme è passato, ha portato, lasciato, ripreso non lui ma i suoi pensieri, amori e sentimenti.
Pensava: “il treno può portarti lontano ma anche vicino, puoi scendere in stazione e tornare a casa se avessi una casa ma non ricordi di averla, per adesso stai andando a trovare una persona grande, amica, per la quale nutri rispetto ed amore e per esso il tempo è passato avanti al tuo, è andato via fuggendo avanti a te che corri nel giorno, nel crepuscolo, nella notte.
Un tempo impossibile da raggiungere, è avanti e sfugge come una chimera, si incendia e rinasce come una fenice.
La sua vita è passata ma è presente e tu lo sai, vuoi che viva per restare vivo tu stesso, per non essere solo dinanzi al mistero: prima c’è lui.
Un giorno non so come se ne andrà e tu rimarrai e sarai più solo, anzi sarai solo prima di dormire.
Ma tutte le cose importanti che accadono, tutte le storie, le affronterai in questo modo come da solo un giorno dall’infinito nulla sei nato in un luogo sconosciuto e per questo hai pianto a squarciagola imparando a respirare l’aria nei tuoi primi momenti di vita.
Così era cominciata la battaglia lungo il percorso automatico, involontario o volontario, della tua esistenza; guerre vinte e perdute, dolori, solitudini infinite ma anche piaceri e amori molti e multiformi.
Eri là come una statua immortale lungo il fiume biondo e tranquillo, lo sapevo e lo speravo e speravo tu fossi il mio futuro se ce ne fosse rimasto”.
Prima quando era più giovane e forte lo andava a trovare solo qualche volta ogni anno.
Una certezza la sua esistenza, una volta sparita quella di altri che contavano e per prima la madre. Ita Madonna che sempre come madre pregava lo aiutasse e infine lo raccogliesse nella sua solitudine.
Negli ultimi anni l’andava a trovare più spesso, sembrava meno forte e come una lente sfuocata ingigantiva con la sua ombra più opaca. Un giorno si sarebbe identificato con lo zio, avrebbe abitato nella sua casa, tra le sue cose molteplici e polverose e in fondo, sperava, mentre il treno fuggiva, che questo giorno arrivasse.
Un affetto e un’attesa: strana, stravolgente situazione di amore e di morte”. Il solito gioco che si ripete, “pensava”. Da quando un uomo arrivò su questa terra bellissima e colma di frutti, di doni, di arcobaleni. Certo arrivò dalle stelle, da galassie perdute ed infinite e scelse queste luogo straordinario per proseguire una specie che prima di perdersi andò a vagabondare per l’universo, a cercare i pianeti belli e opportuni”.
Il cuore batteva tra il rumore del treno, l’arrivo poteva essere vicino o lontano, lui non sapeva scegliere nemmeno lo spazio che lo separava dallo zio, il treno che correva sceglieva per lui l’ora dell’arrivo.
Se lo coglieva un attimo di sonno, con la mente fuggiva via dal treno e correva a cercare occasionali e fantastici viaggi, incontri immaginari e irreali, però carichi di significati premonitori. Quasi sempre erano strade, incontri, fantasie che poi non ricordava, fuggiva via nel mistero dell’incoscienza, dell’abbandono di sé che non riusciva a comprendere.
il percorso era lungo o cortissimo se il sonno lo aiutava a viaggiare, poi c’era l’altro percorso nelle vie della città immensa, caotica e bellissima
Veniva accolto in modo affettuoso e gentile, molto familiare, di un amorevole intimità che sembrava diversa da quella con cui accoglieva gli altri parenti, nipoti bisnipoti trisnipoti e numerosi bambini di aspetto vario e colorato che i congiunti esibivano fieri e ossequiosi a una persona importante di famiglia.
Un pranzo insieme, un gusto e un piacere di stare, di parlare insieme e via di nuovo sul treno, di corsa a vivere una vita che non sembrava sua, che lui stesso disconosceva ma che gli era capitata addosso con i suoi problemi e le scelte giuste o sbagliate di ogni attimo come un macigno grigio di polvere precipitato da una montagna da cui non riusciva a liberarsi.
Forse se avesse potuto essere sollevato dalle necessità economiche, avrebbe vissuto diversamente, in modo più entusiasmante, ma non sapeva se gli fosse stato possibile in effetti scegliere una vita diversa con tanti interessi intellettuali e materiali che aveva attorno. Stava così percorrendo un binario di acciaio che aveva dovuto imboccare come il treno che lo accompagnava nella sua strada obbligata verso una presunta felicità.
Riteneva di essere diverso dagli altri che circondavano la sua vita. Estranei, amici forse, nemici, bocche affettuose e bocche malevoli con radi denti storti e scuri ormai rari data l’altissima tecnica raggiunta dai dentisti e dagli odontoiatri, quindi denti bianchissimi e perfetti come quelli dei negri, intatti e bianchi perché probabilmente nel passato anche recente erano stati usati per mangiare alimenti solidi e forse anche carne di varie qualità anche umana, dolce e nutriente come miele.
Nessun aiuto se non di pochissimi e specialissimi amici, ma questo lo faceva amare e avere accanto molte persone estranee di cui mentre comunicavano intorno a lui indifferenti e tranquille, immaginava l’intimità e il muoversi nude sotto i vestiti di varie forme e colori in una ripugnante esibizione non voluta.
Non voleva queste persone, non le curava, non le sapeva frequentare anche se adattandosi, si era sforzato di farlo, di andarci insieme, ridere e scherzare, fare una vita sociale e di lavoro pur rimanendo sempre un po’ fuori a guardarsi vivere con ironia, asprezza e incuria.
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Così erano trascorsi gli anni, il lavoro, anche se ben sviluppato non lo coinvolgeva completamente per l’attesa dell’evento promesso dalla sorte. Ma non poteva né voleva sperare nel commiato definitivo di una persona amata anche se in questo caso era uno zio, in fondo padre perché il padre era morto quando lui era piccolo e ricordava solo di lui una piccola banana di cioccolata che gli metteva sul comodino la sera al ritorno a casa mentre dormiva sognando giochi, uccelli ed amore. Quindi questa aspettativa veniva ricacciata giù nel profondo dell’anima dove si trovano le cose turpi e innominabili che teneva nascoste anche a se stesso in un crogiolo oscuro del pensiero.
Il suo tempo scorreva uguale a quello di tutti gli altri ma lui lo riteneva diverso, aveva una vita sconosciuta ed inimitabile mentre tutte le situazioni che gli si formavano addosso dalle più importanti alle più banali erano inevitabili.
Possedeva un destino diverso dagli altri? Ma Cristo 2000 anni fa morendo e risorgendo aveva unificato tutti gli uomini in un unico destino. Mortale e poi per sempre immortale, seguendo quella direttiva sacra e infinita anche i loro prodotti erano lentamente divenuti tutti uguali, costruiti in serie innumerevoli.
Così, uguale a tanti altri il materasso dove lui riposava, anzi dove spesso vegliava ascoltando la notte con la finestra della televisione accesa, curioso di quel mondo non suo nel quale casualmente viveva, con notizie e vari films di tutte le epoche che raccontavano storie compiute o spesso indefinite come la sua.
Ma il loro significato, il filo della narrativa, restava incompiuto per il sonno che su di lui piombava improvviso e urgente in modo sconosciuto come la morte.
Le sue storie d’amore erano impossibili e definitive come il resto. Si era separato dalla moglie non per una ragione precisa, in fondo era rimasta uguale a quando l’aveva conosciuta ed amata, ma non troppo. Poi un altro amore più forte e sentito ma sempre indeterminato. Ad un certo momento si era insinuato in lui il desiderio di altre avventure, diverse, desiderio che forse non lo aveva mai abbandonato in fondo però limitato a concretizzare l’evento di un incontro amoroso per l’emozione memorabile di un primo bacio, di un primo contatto fisico nascosto e intimo con una altra persona, spinto in primo luogo dal desiderio di non ritrovarsi solo.
Quindi ogni nuova avventura avrebbe potuto terminare per quanto lo riguardava ad uno stadio iniziale e poi tranquillamente terminare.
Ma gli innumerevoli strascichi e coinvolgimenti per il contatto fisico e morale, spesso non consentivano la semplicità che l’episodio piacevole e sensuale poteva avere in sé. Storie personali, drammatiche più o meno, lo coinvolgevano in qualche modo; nascevano e finivano rapporti che si incrociavano come tralci di glicine creando germogli teneri, portati ad indurirsi e moltiplicarsi proprio come in sé, si complica quella pianta straordinaria dai fiori azzurri e profumati colmi di polline dolce, amato da api, vespe e calabroni.
Ma mano a mano che il tempo trascorreva e lui diveniva più anziano e perciò meno attraente e meno pronto a creare e subire relazioni amorose, corrispettivamente aumentava e subentrava il gioco della fantasia a creare situazioni concrete purtroppo del tutto inesistenti.
Ecco amori travolgenti e assoluti, in realtà fantastici, ma che gli davano forza e potenza e creavano situazioni reali, ma solo nella sua mente. Costruzioni amorose, complesse, ardori sessuali, amori senza amore, insomma una ricca vita affettiva e sentimentale che in realtà non esisteva anche se a lui sembrava che esistesse tanto da temere di essere scoperto dalla sua donna effettiva, perduta di amore, compagna forse definitiva dei suoi tradimenti che in realtà non c’erano, anche se per se stessi esistevano ed erano veri, felici o dolorosi come se ci fossero. Ma l’immaginazione, il pensiero erano più potenti della realtà e forse quei rapporti indefiniti con altre donne c’erano davvero, ed esse lo amavano ed erano vicine a lui perché temeva di restare solo in un mondo che lentamente gli sfuggiva tra le dita come acqua fresca e scorrente o addirittura aria quando le dita si chiudono sul palmo e se ne sente il calore diffuso da una parte all’altra della propria solitudine.
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In fondo stava bene, certo qualche inevitabile malessere fisico e morale c’era e c’era stato, danaro ne aveva, ma non abbastanza, per cui sperava un giorno di averne di più dallo zio e di più per essere felice; non pensava però che la felicità poteva arrivare soltanto dalla speranza di averne un giorno o l’altro. Ma non si può raggiungerla mai come i colori d’arcobaleno sulle bolle di sapone che come si toccano, scoppiano e svaniscono in piccole gocce umide e spumose.
Certo, lo zio era lì, una colonna per lui e per altri, l’amava e lo rispettava e dava a lui quella forza d’animo che per la sua natura irresoluta gli difettava.
Anche se forte non lo era più, conservava la forza del ricordo di una vita lunga, piena e illustre, confortata dalla memoria dei suoi cari scomparsi forse dal rimpianto di non aver compiutamente concluso e portato a termine un compito più grande segnato nel proprio destino.
E a lui che lo andava a trovare, quale destino, quale compito spettava se non riusciva nemmeno ad indovinare il titolo del tema che Dio gli aveva assegnato. Probabilmente solo al termine dello svolgimento avrebbe potuto conoscere quel titolo, per il pazzesco gioco di incastri che stava percorrendo ansioso di tutto quanto potesse accadere, ansioso di quanto potesse sfuggirgli.
Sperava che lo zio non morisse mai per non restare solo di fronte al baratro di una morte infinita che gli si presentava imminente.
Mai è l’avverbio opposto di sempre: poiché gli opposti si toccano un con l’altro, come del resto può accadere a tutti, poteva morire anche subito e lasciarlo solo e smarrito ma con moltissimi beni.
Tra l’altro non era certo che fosse così e poi cosa ci avrebbe guadagnato a restare solo con, tra l’altro, un dolore sicuramente insopportabile perché avrebbe concentrato in sé il dolore del padre perduto così presto da non provarlo e quello fortissimo della perdita della madre e di altre persone care che lo avevano lasciato per andare a vagabondare tra le stelle, dove, senza saperlo, l’avrebbe raggiunte un giorno determinato, preciso da scegliere su un calendario futuro, un giorno in cui le cose non scorreranno più come se una coltre di gelo le avesse fermate nel momento fatale.
Ma egli non voleva che tutto ciò accadesse e perciò gli piaceva andare a trovare lo zio scivolando il tempo nel treno, il cuore che pulsava senza che lo volesse e lo sentiva nel sangue che scorreva potente nella gola, nel rumore misterioso del silenzio che sovrastava quello del treno e si perdeva nelle campagne invisibili, immense, della notte che circondava il treno e lui in tremante attesa di arrivare.
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Innumerevoli altre persone amate o solo conosciute erano morte, erano uscite dal suo mondo ed essi dal loro, immemori eroi della vita. Ed anche la persona che un giorno lui stesso fu, era scomparsa fin dal ricordo tanto che a volte rovistando tra le carte e le sue fotografie del passato non riusciva a ricordare quel tempo trascorso, tanto meno le sue emozioni e sensazioni provate. Quello sconosciuto, che vedeva, era lui ma non ricordava di esserlo stato e nella ricerca della memoria gli sembrava di spiare, di violare i segreti pensieri dell’intimità sconosciuta di un estraneo.
Nostalgia no, un dolore acuto e complesso che si portava dentro per arrivare a questo preannunciato futuro della immaginabile morte dello zio. Non lo sperava certo che questa arrivasse ma si … che terminasse infine questa attesa interminabile. Era la stessa attesa, temuta e interminabile, della propria morte, con tutto il dispiacere che si portava addosso e lo smarrimento di una solitudine amara e improvvisa.
Quale fosse il significato di questa vicenda come di tutte le altre subite per arrivare fin lì, non riusciva a comprenderlo; a volte gli sembrava di essere sul punto di scoprirlo, di saperlo, di capirlo, poi come un fantasma inespugnabile che attorno a sé lascia trasparire le cose solide su cui appare e svanisce, lo perdeva e tutto ritornava come prima.
Dopo tutto ciò immaginava un altro futuro di ricchezza, forse di felicità, ma percorrendolo, non riusciva a metterlo a fuoco. Le angustie e le indecisioni, le trappole mortali interne ed esterne, riemergevano dal passato e da questo, a propria volta futuro di tempi ancora antecedenti, emergevano le tante vicende finite che componevano il mosaico della sua vita. Le persone scomparse, semplici fantasmi fuggenti nel pensiero di ciò che furono prima: persone care, amici, conoscenti, attori che a quei tempi trascorsi accavallati in se stessi, recitarono la loro parte senza mai replicarla, comparse impagabili o muti spettatori di un dramma senza fine.
Tutto quel tempo vissuto, tutti gli attimi che segnarono il respiro, le sensazioni, il dolore, il piacere provato che in quei momenti rimasero scolpiti, inseriti nei miliardi di cellule cerebrali perdute con il passare degli anni non c’erano più, nessuno ne aveva scritto la storia, nessuna pagina appariva più bianca dei momenti dell’esistenza dimenticati. D’altra parte nemmeno gli sarebbe possibile, arrivato a quella certa età, ricordare le tante vicende trascorse: nessun computer sarebbe riuscito a farlo. Gli era capitato a volte di ritrovare una persona amica dopo tanti anni; all’inizio l’imbarazzo di un difficile, reciproco riconoscimento per la sorpresa, la gioia dell’incontro, un saluto affettuoso tra persone ormai totalmente diverse da quelle di una volta. I volti gonfi e distorti: gli occhi infossati e circondati dal grasso, ingranditi a dismisura i nasi e le orecchie. “Carissimo” ricordava a volte di aver detto. “Ci sentiamo presto ora dobbiamo rivederci” poi più nulla; un tuffo nello specchio nero del dimenticarsi. “In questo sfacelo del tempo” – pensava – “l’anima vibra e si libra con ali trasparenti di libellula ma spesso scordiamo di averle, ci sentiamo ottusi, il collo incassato nelle spalle, la testa bassa, scendiamo nell’arena come tori imprudenti, feriti e sanguinanti dai colpi di lancia e di spada quando invece dovremmo volare come uccelli, come angeli, sulle labbra il sapore del miele fresco sulla fronte, di mare”.
Qualcosa sarà stata inutile ma altro dovrà servire a qualcosa, lo sentiva senza saperlo. Lo sperava anche e seguiterà a sperarlo, fino all’ultimo respiro, quando un vento impetuoso uscirà dai polmoni portando con sé chi sa dove l’essenza distillata della propria esistenza.
Poi tutto sarà silenzio. Un volo di farfalle accenderà una luce incomparabile. La solitudine diverrà infinita”.
Ricordava che a volte, da ragazzo quando arrivava la sera e il blu assorbiva i colori dell’aria, gli piaceva salire su di un albero e da lì contemplare in basso il vuoto nero del suolo e in alto le stelle che si infittivano a miliardi; allora si sentiva lontano ed estraneo a tutto il mondo che lo aveva creato, più vicino invece a quella incommensurabile vastità silenziosa. Con gli anni aveva lasciato o dimenticato quella sua strana abitudine ma adesso la ricordava con piacere e si riprometteva di riprovare anche se dubitava al buio di riuscirci a causa della perduta agilità.
Lo zio era stato un grande uomo, ammirato ma lontano da tutti, solo. Voleva che nella sua casa non abitasse nessuno, nemmeno i parenti più stretti e cari. Amava forse più di ogni altra cosa o situazione la solitudine e la conseguente libertà. Sosteneva che da soli ci si abitua a lottare meglio ed essere meglio preparati a subire il mistero della morte che necessariamente doveva affrontare da solo e affermava di essere pronto già da molti anni.
Diceva di non possedere la fede cristiana ma di invidiare quei molti o pochi fortunati che la possedevano. Cercava però Dio in ogni luogo, in ogni persona, comportandosi con tutti come l’avesse trovato.
Ormai era un vecchio malato, le spalle una volta diritte e forti magre e incurvate, non sembrava più tanto desideroso di essere lasciato solo. La forza che andava perdendo sembrava perderla anche lui, e in fondo al proprio animo ne provava una amara sensazione, ma pensava che se lo zio fosse crollato, lui ne avrebbe ricevuto la sua forza vitale, oltre il danaro.
Questo pensiero lo attraversava come una spada di fuoco per il dolore quasi fisico che riceveva alla inimmaginabile perdita dello zio.
A quel momento, – che mai si verificasse! – sarebbe anche lui rimasto veramente solo a lottare contro il mondo che lo circondava. Lo zio era l’aiuto, la radice, la forza.
Guai se fosse accaduto. La sua vita era stata sempre incerta, indecisa, qualcosa realizzato tanto altro rimasto nel gioco dei desideri, nell’aut aut delle scelte non compiute. Sarebbe arrivata una agiatezza non sua, uno spoglio e non immaginava quale sarebbe stata la propria reazione. Quale il suo futuro. La lotta sarebbe aumentata, questo è certo, una volta restato solo; prevedeva che un giorno -qualcuno anche amato, affezionato certo aspetterà con dolore la sua morte e il suo denaro per ripetere quei sentimenti contrastati e contrastanti che ora lo turbavano violando l’anima e l’amore. La grande città dove lo zio abitava e lui forse abiterà, era sconosciuta e lontana. Cumuli di auto, negozi luccicanti, gente brontolante e ridente, una umanità multiforme messa casualmente insieme e, che spesso la sera, nonostante la stanchezza del lavoro finito, affollava le strade, illuminate prima da fantastici ma estranei tramonti e poi all’uscita delle stelle, da luci innumerevoli. Qui la sua solitudine e quella dello zio, apparivano inesistenti: tutti vicini, amici, amanti, sposi, genitori e figli. La notte ammassati nei locali a mangiare oltre il ricevibile, sfidando lo stomaco e il sovrappeso, poi in locali notturni a danzare, folli di musica assordante e di alcool.
Di fronte a questo continuo spettacolo fluente e desolante, immaginava di fare un volo di cento anni, avanti e indietro nel tempo. Medesimi luoghi, affollati di gente sconosciuta, persone strette l’una con l’altra per ingannare la solitudine di ognuno. Cento anni indietro. Nessuno rimasto di chi si affannava a correre e si amava e godeva per quelle strade apparentemente immortali e chiassose; tra cento anni, nessuno che le percorra oggi sarà rimasto. La sostituzione sarà stata totale ed ognuno festante e lavorante, sarà scomparso, sostituito nelle strade, nei locali e nei negozi affollati, nei tramonti sconfinati, da altre persone viventi e portanti a spasso gli stessi sentimenti seduti alle stesse tavole imbandite, gli stessi occhi, gli stessi problemi esistenziali infine la stessa solitudine da ognuno goduta, subita o sofferta, unica compagna indefinita e irreale per affrontare l’ultimo vero mistero.
Il treno stava arrivando, lo zio l’avrebbe accolto con un definitivo e chiaro sorriso come sempre, tra l’altro gli era amico più di altri nipoti forse anche perché gli ricordava il padre, suo nonno illustre e amato, per certe attitudini mentali, per certe passioni fisiche e morali, veleggianti nella nebbia del DNA e dell’inconscio. La sua fotografia che lo zio baciava ogni sera con il sopraggiungere della notte che apriva la parentesi sconosciuta del sonno e dei sogni così simile alla morte che, paziente, al limite della vita lo zio attendeva fermamente. Così faceva con altre fotografie di familiari defunti; erano anche le sue radici, volti sconosciuti dei quali in alcuni tratti si riconosceva, una patina giallastra le ricopriva, da cui traspariva il fuggire del tempo come da una goccia di polvere antica, una malinconia acuta rabbrividiva nell’aria. Quanta vita sprecata, occasioni perdute, scelte sbagliate, nostalgia per le persone amate e misteriosamente perdute. Anche per lui e il suo passato il tempo era trascorso veloce e lui capiva di essere ormai sulla strada di raggiungere l’età antica dello zio. Via avanti con il pensiero galoppante nel futuro, i lineamenti inavvertitamente mutati, via, avanti, lo zio scomparso e lui avanti oltre i confini del pensiero correndo un inutile giorno che si scioglieva come ghiaccio cristallino al calore delle mani.
Ma lo zio era lì ancora con lui, la realtà frenava bruscamente l’immaginazione. Lui riprendeva i propri lineamenti invero già mutati dal tempo della gioventù ma non così mutati nel futuro come li aveva immaginati. Ma quanti problemi, domani, divenuto solo senza l’aiuto dello zio, solo ad affrontare tutto, anche il tempo che gli soffiava l’anima.
La memoria, il pensiero si accavallavano tra loro, un dedalo di passato e di futuro, di fatti ed esistenze vissute e da vivere come perle di una lunga collana opalescente e lucida. Un minuto fa, un minuto di un anno indietro e ancora il minuto che tra un attimo lui andrà a percorrere e l’altro che percorrerà tra un anno, divenivano il medesimo modo di esistere fino a quando, fino a dove sarà possibile.
“Ecco” pensava: “l’infinito soggettivo è questo pensiero che vola all’indietro dove si perde nell’incoscienza e vola in avanti fin dove è pensabile arriverà. Dopo o prima si annullano a vicenda, non esistano; l’infinito oggettivo è inimmaginabile e spaventa il baratro del cielo e delle stelle, del sole che si spengerà tra cinque miliardi di anni e lascerà la terra coprirsi del ghiaccio cosmico assieme alla polvere delle ossa umane. Quanto sgomento in tutto ciò”.
L’atto di amore e di dolore per la probabile morte dello zio, a questi pensieri, perdeva ogni significato materiale, rimaneva la malinconia di vederlo lottare contro il tempo e il male ambedue inesorabili vincitori.
Quanti giorni ancora, quanti anni lo zio, quanti lui da vivere e quindi sarebbe stato tutto inutile, inesistente quell’attesa dolorosa e felice di un evento sperato e disperato e poi ancora tempo per lui da solo, rimasto a lottare contro tutti anche se probabilmente beneficato dal patrimonio dello zio. Quanti anni? Pochi, quindi era tutto inutile, inutile l’attesa, la felicità sperata, il dolore certo possente inaudito, perché non era solo zio ma padre che per lui fu perduto da piccolo quando non capiva cosa fosse il dolore in quanto la madre, avuta la notizia ferale, per far passare quei primi momenti tragici, lo aveva inviato ospite da amici e benché solo e piccolo ricordava quel periodo come ingiustamente felice e divertente perché gli amici avevano un grande giardino vicino al mare che teneva compagnia col suo rumore incessante e vario a seconda dell’umore dei venti, dove vivevano diverse coppie di pavoni che ammirava per la loro bellezza e che spesso da terra volavano in alto sui rami dei pini battendo le grandi ali rotonde, da dove emettevano quel grido sgraziato ma selvaggio e vero che a molti infastidiva ma che a lui piaceva proprio per quel suono unico e solitario che rabbrividiva nelle sue lunghe sere di esilio forzato.
Quell’antico dolore gli era stato risparmiato dall’età e anzi aveva forse coinciso con un moto di solitaria felicità ma adesso se lo sarebbe ritrovato tutto insieme anzi raddoppiato ad un età alquanto avanzata quando il cuore ne può ampiamente risentire creando aritmie e fibrillazioni di varie misure.
Gli anni successivi, fino al momento fatale quando da solo avrebbe affrontato l’infinito viaggio con la perdita della coscienza di sé, si sarebbero svolti con una certa agiatezza ma non felicità con il costante dolore di quelle incontenibile perdita che per fortuna ancora non era avvenuta.
Il treno sfrecciava e muggiva in una singolare simbiosi con il battito del suo cuore, batteva e ruggiva al ritmo antico di un blues negro.
Una malinconia sfuggente per le persone che lo avevano lasciato con commiati miserevoli o addirittura inesistenti; quindi lo zio, anch’egli lentamente pronto ad andarsene, lasciandolo ancora una volta e per sempre, solo.
Ancora c’era il presente, lui correva nella notte su quel treno molleggiante, dondolante, infinito. Sentiva addosso il peso di anni inutili ma preziosi come rubini; una storia faticosa che non vorrebbe ripetere mai in una immaginifica vita futura. Il traguardo avrebbe dovuto tagliarlo di lì a non troppo tempo e poi, solo, impaurito ad affrontare il mistero immenso che gli apparteneva come figlio amoroso e inevitabile.
I compagni di viaggio specchiavano visi evanescenti di fantasmi riflessi nei vetri rigati di luci ingannevoli, lui stesso rifletteva capelli radi e una smorfia di pagliaccio stanco ma pronto a far ridere e a ridere dei pensieri strani di una vita difficile.
A quel punto della propria esistenza gli sembrava che il mondo intero rimanesse indietro come il terreno superato dal treno e lasciato scorrere via, indietro. Tutto in realtà intorno a lui stava mutando velocemente ma le sue cose, il suo essere, non stavano al passo con il treno, con la vita che fuggiva via. L così lo zio, immobile negli ultimi gesti del proprio tempo, con i suoi ricordi di una vita, scomparsa, rimasta solo viva nella memoria prodigiosa che faceva rivivere un passato di sogno, inevitabile proprio come stava divenendo il suo; irreale in una realtà attuale crudele e lontana. Gli sembrava che la sua lotta stesse terminando, che combaciasse con la visione sperata e disperata dello zio, ormai cristallizzato nella campana di vetro di una solitudine, antica e infinita
Lo stesso sarebbe un giorno non lontano capitato a lui, i suoi ricordi lentamente sfumati in una vita trascorsa ormai apparentemente immaginaria e lentamente sfumata di nebbia. La realtà vissuta si sarebbe confusa con la realtà futura che gli potrà capitare domani, tra un mese, tra un anno, tra due.
Spesso ad ogni risveglio, in maniera ricorrente ricordava episodi della sua vita in un appartamento inesistente ma così reale da ricordarlo e identificarlo ogni volta; era da poco costruito nei pressi del mare, al primo piano di una villetta fantastica episodi non appartenenti a questa sua vita ma ad un’altra o ad un sogno. Quella casa piena di luce l’aveva accompagnato come un punto di riferimento inesistente nella realtà, per lui vero. Quando il risveglio diveniva completo quegli episodi scomparivano come bolle di sapone iridescenti e vere, fatte di niente a lui restava l’impressione di avere le chiavi in tasca assieme alle altre e a volte le cercava inavvertitamente.
Tutto ormai era già avvenuto per lo zio e anche per lui, il suo futuro perfettamente compiuto. Un destino inevitabile lo univa allo zio, al padre perduto nel suo passato, dimenticato e inesistente, ad un bagaglio di ricordi tessuti su quel telaio volutamente vano e inutile di Penelope, moglie amata e perduta, ritrovata e smarrita, di ogni infaticabile Ulisse che nella sua lotta infinita contro il destino dal fantastico passato ad un inimmaginabile futuro, non riuscì a realizzare da solo il viaggio di ritorno dalla guerra privo dell’aiuto degli dei bizzarri e infelici, troppo spesso invidiosi di ogni grandezza e di ogni felicità umana, drammaticamente mortale.