Un amico scomparso

Il mattino della domenica durante il periodo di caccia l’amico, figlio di un grande artista, era lì alla spalla del ponte sull'”Era”: mi aspettava; spesso stava in piedi, tenendo al guinzaglio un suo cane, in particolare il suo bracco italiano bianco arancio. Sopra, il paese di Peccioli, arroccato al culmine della collina con il campanile turchesco svettante sul cielo.
Pur venendo da lontano, arrivava molto presto, attento e interessato ai suoni dell’alba che scendevano dal paese, dalle colline e vibravano e frullavano nell’aria e nel fiume che più sotto gorgogliava tra i sassi in piccole cascate.

Lasciava l’auto in una stradina sterrata quasi nascosta tra il verde tenue delle canneggiole; con il fucile e il cane saliva sulla mia un poco più grande e proseguivamo verso i vicini luoghi di caccia. A quell’epoca nascosta nel tempo, forse mai esistita per lui che non c’è più, anche se penso sia rimasta nella sua mente per l’eternità, andavamo in una riserva di caccia (ora poco è cambiato se non il nome in azienda faunistico-venatoria) dove in maniera straordinaria convivevano in buona armonia diversi voli di starne autoctone e una discreta quantità di fagiani anch’essi rigorosamente nati in libertà.

Ricordo le balze degradanti dalle colline dove dai bordi, dopo lunghe pedinate senza respiro, partivano punte di starne e, più sotto, dai canneti gialli che contornavano i canali, volavano chioccolando merli neri come l’inferno e si alzava cantando tra gli spari, dopo la “ferma” dei nostri cani, qualche fagiano maschio perché alla femmine per la loro preziosa capacità di riproduzione era rigorosamente proibito tirare (anche adesso se inavvertitamente vado in qualche azienda dove questi disgraziati e bellissimi uccelli vengono lanciati la mattina stessa della caccia dopo aver trascorso la vita in voliera e così contemporaneamente assaporano la libertà e la morte) non riesco a tirare alle femmine (di fagiano). In breve, dilungandoci a camminare sul terreno, spesso scosceso e cacciando: nell’animo quel sentimento misterioso e forse selvaggio comune ai cacciatori nell’esercizio della loro passione, come tutte le vicende e azioni della vita, fatto di abilità, di attesa col batticuore e infine, ma soprattutto, di speranza. Così si consumava la giornata: per desinare un panino al prosciutto e, per bere, acqua di fiume, in un ricordo di felicità tra rare parole vibranti, qualche sparo, richiami ai cani e semplici emozioni.

Al ritorno, durante il percorso, una chiacchierata di commento sugli episodi della giornata trascorsa, sul prossimo appuntamento, sul comportamento dei nostri cani, a volte cuccioloni da fare con la speranza addosso di eccellenza dopo essere stati cullati più dei figli tra le pareti di casa.

Poi alla sua auto, immobile e nera come un grosso scarafaggio, sotto il cielo ormai scuro con già qualche luccichio di stelle.

Ancora oggi, per andare o venire da caccia, seguito a passare da quel luogo e ogni tanto mi fermo ad ascoltare gli stessi suoni di allora. E mi pare di rivedere scolpita sul ponte, nel tempo e nella memoria, la figura dell’amico scomparso tra la caligine incerta del mattino o della sera, con una stretta al cuore per le persone vissute ed amate che velocemente scompaiono dalla scena mentre le luci si spengono.