Una carabina Flobert miracolosa

Da bambino ero sfollato in montagna, c’era la guerra e tutti avevano paura, la morte c’è sempre ma arriva sconosciuta, in quel momento sembrava prevedibile e vicina.
Aveva la forma di un aereoplano, di una bomba o di soldati sbandati di ogni tipo che poveretti anche essi temevano di morire pur potendo sparare addosso e uccidere in
ogni momento.
Non mi importava di niente, meno che mai della guerra, avevo gli animali che nella loro innocenza mi tenevano compagnia e li amavo: gatti, cani, cicale, rane nell’acqua verde e formiche e uccelli che con la guerra e la morte che gravava sul Paese si erano fatti più arditi; gli uomini temevano anche i frulli delle ali, così gli uccelli si avvicinavano alle case e ai giardini per cantare e mangiare bacche sugli alberi e briciole dello scarso pane di quel tempo.
Per caso con un amico avevo scoperto in una fossa nascosta nel bosco un deposito di armi abbandonate dai tedeschi in fuga o dai soldati italiani ansiosi di tornarsene a casa dopo anni di costrizioni e se ne erano liberati come di un peso insostenibile.
Tutto diveniva un gioco e anche le armi lo erano pur se molto complicate e portatrici di morte; conoscevo la paura, ma non il pericolo. Così toglievo con cura le pallottole adoperando martelli pinze e chiodi e liberavo la polvere che usciva dai bossoli di ottone in vari colori e forme: nera, bianca, quadrata o a fili e mi divertivo a farla bruciare o scoppiare.
Si formavano mobili e fuggenti fuochi di mille forme e arcobaleni di colori, come dopo la guerra nei giorni di festa e di fine carnevale.
Ma mi venne un’altra idea poiché il cuore già batteva per la caccia con la passione e l’ansia atavica della ricerca dei selvatici (mio nonno era stato un grande cacciatore e il suo DNA mi scorreva nel sangue) e dell’amore che provavo per loro con l’istintivo e contraddittorio desiderio di afferrarli per assaporare la loro infinita libertà che già sembrava diversa e più felice della mia, legata ai genitori, agli studi ed un certo tipo di educazione alquanto severa se pur attenuata dal momento tragico in cui per avventura vivevo. Il mio amico mi aveva rivelato che suo padre conservava una carabina flobert calibro 8 a percussione centrale, sotterrata, per non consegnarla alle autorità, nel suo giardino in una cassetta ben avvolta in carta oleata. Assieme all’amico pensai di utilizzarla per arrivare a qualcuno degli uccelli che ci circondavano felici e ci lasciavano ammirati dalla loro bellezza e della loro grazia.
Dunque, di nascosto la dissotterrai e volendo sparare pur non possedendo le cartucce adatte, provai a caricarla con la polvere tolta dalle pallottole da guerra di cui ero ricco abbastanza in quel periodo di povertà per tutti. Occorreva trovare i pallini; senza sgomentarmi riuscii a prelevare di nascosto tratti di tubi di piombo dalle fontane e da vecchie condotte d’acqua senza curarmi delle conseguenze. Poi acceso il fuoco li scioglievo in una vecchia ma robusta pentola di rame versando poi il piombo fuso in un barattolo di latta appositamente forato con dei chiodi, posto sopra un recipiente pieno d’acqua. Il liquido denso e d’argento si ripartiva nei buchi e a contatto con l’acqua immediatamente si induriva e cadeva a gocce sul fondo dove raccoglievo la sua metamorfosi in pallini, spesso non perfettamente rotondi però certamente adatti alla funzione voluta.
Aprivo la carabina mettendo il fulminante con il supporto di ottone della cartuccia vuotata ma di calibro corrispondente, appositamente tagliata, nella culatta, chiudevo e caricavo la polvere pressandola con una bacchetta di legno d’olivo dall’imboccatura:
quindi stoppaccio poi pallini, infine un altro stoppaccio di chiusura. A quel modo riuscivo a sparare, ovviamente un solo colpo alla volta, a fermo, a qualche merlo o tordo o fringuello e purtroppo cardellino, pettirosso cincia o codibugnolo e a qualsiasi altro uccello o uccellino che per sua disgrazia nel momento della caccia si fosse posato sui rami degli alberi rendendosi visibile con lo stagliarsi contro il cielo turchino o nuvoloso, trasformandosi in un bersaglio preciso. Il tiro riusciva bene e l’uccello cadeva spiumando anche a distanze impensabili con un fucile da caccia calibro 12.
Dopo alcuni colpi di quel genere, la carabina, data la pootenza della polvere, studiat per uccidere gli uomini e non teneri uccellini, cominciò a perdere compattezza e tenuta, allora il caricamento divenne ancor più laborioso perchè ad ogni colpo
sparato, oltre il lavoro della ricarica dovevo, per tenerla ferma, legarla con del filo di
ferro proprio sopra il grilletto altrimenti si apriva durante lo sparo.
Le emozioni di caccia, aumentate dal timore che qualcuno mi scoprisse, erano allora forse più forti di quelle che ora seguito a provare a infiniti anni di distanza dopo aver navigato nel tempo e tra le molteplici esperienze della vita, lontano da tutti, nell’aria cristallina di incantate giornate senza tempo con la sempre rinnovata ma mai sanguinaria ricerca delle prede assieme alla profonda nostalgia della loro libertà incatenata dalla morte, una ricerca emozionante come quella del proprio destino.
La caccia finì miracolosamente senza incidenti quando il padre del mio amico udendo ogni tanto un colpo di fucile nei dintorni in quel periodo pericoloso in cui si sentivano e si temevano i colpi dei cannoni e delle bombe degli aerei e dei fucili e delle mitragliatrici dei soldati, si insospettì indagò e infine scoprì la caccia mortale praticata con passione infinita senza paura, sequestrando immediatamente la carabina flobert calibro 8 e nascondendola di nuovo in qualche posto che restò per fortuna sempre sconosciuto.
La caccia però restò per sempre viva nel cuore.