Uno sparo mancato

I L’azienda faunistico-venatoria di X aveva fissato quel giorno di Novembre per l’apertura di caccia al cinghiale. Il tempo non prometteva niente di buono, un vento freddo proveniente da nord, dalla catena dell’Appennino che si vedeva lontana con le cime imbiancate di neve, correva deciso sulle terre gialle e verdi che si stendono a perdita d’occhio sotto la città di Volterra, etrusca e antica per storia e tradizione.
Correva giù dai declivi dolci delle colline spoglie con le stoppie annerite dal gelo e i maggesi lucenti di argilla grigia per fermarsi nei fondo valle irti di “forroni” spinosi, spesso impenetrabili e sugli alberi svettanti lungo il fiume Era, gonfio d’acqua minacciosa per la pioggia caduta in abbondanza.
La riunione con i “canai” e le “poste” era fissata per le 8.30, ma già da prima un’acqua spruzzata di neve picchiava violenta sui vetri delle auto, sulle antiche tegole di cotto dei grandi fabbricati della fattoria; una riunione breve e spiccia. Poi la decisione: oggi non era possibile cacciare. Peccato, i cinghiali erano stati saggiamente “appostati” con granturco e castagne forse anche con pesce marcio e si erano riuniti numerosi nel bosco.
Non c’era niente da fare di domenica, il letto caldo ormai lasciato, restai con gli amici in macchina a commentare l’accaduto girando per le strade sterrate della campagna; i fucili nelle custodie, a guardare qualche fagiano affamato vagare per i campi spettinati di girasoli, scheletriti e neri; ma ormai eravamo li e non si decideva di tornare. Si stava meglio al riparo dalla pioggia e dal freddo a discutere della caccia mancata e di quella da fare e poi al fuoco ristoratore dinanzi al vecchio, grande, camino della casa di caccia.
Passarono così ore inaspettate e pigre, ma serene, nei luoghi di una possibile esistenza di selvaggina andata a ripararsi nel folto in quella giomata infernale.
Il tempo trascorreva lento e veloce insieme e si inoltrò nel giorno e le nuvole si spostarono veloci e così la pioggia che smise di cadere. Da lontano vedemmo sui grandi lecci, sulle querce maestose, sulle acacie intirizzite, lungo l’Era, svolazzare alcuni inaspettati colombacci: si decise di andare a fare un tiro.
Prendemmo varie direzioni per tentare di spingerli reciprocamente verso ciascuno di noi: io mi incamminai lungo la strada sterrata e fangosa che costeggia il fiume, coperta di foglie gialle, arancioni o grigiastre cadute dagli alberi e da grandi chiazze d’acqua piovana che specchiavano tratti di cielo.
Ai due lati, il bosco fitto di pruni, di rovi, di edera, arrampicati in alto, verso le cime degli alberi.
Sulla mia sinistra, dopo una striscia di boscaglia, il fiume in piena gorgogliava e muggiva veloce, travolgendo gli arbusti nati incautamente nel greto durante il tempo lontano della passata primavera. Il branco di colombacci che avevamo avvistato se ne era andato al primo sparo incruento e il silenzio era rotto dallo sciabordio del fiume e, in lontananza, dai motori delle auto che scorrevano sulla strada per Volterra.
Una ghiandaia, col suo volo sfarfallante e tuffato, traversò l’area della strada, due merli sfrecciarono chioccolando; improvvisamente, vidi in lontananza un qualcosa di scuro e grosso che lentamente percorreva la strada venendo verso di me. Pensai fosse uno dei miei cani (Drahthaar) fuggito in qualche modo dalla macchina che veniva a cercarmi; poi realizzai che si trattava di un grosso cinghiale.
Velocemente mi nascosi dietro il tronco di un leccio vicino al margine della strada; cambiai le cartucce dal piombo minuto mettendole a “palla”: per non fare rumore accompagnai con la mano il carrello dell’otturatore del fucile automatico sulla culatta della canna stessa.
Attesi; il cinghiale non si era accorto di nulla, camminava ancora verso di me a piccoli passi, tranquillo, ondulando leggermente la testa, la sua sagoma diveniva inconfondibile, nitida, non respiravo quasi per non insospettirlo e turbare quel suo andare sicuro; la quiete della sera nel bosco grondava di gocce di pioggia fermatesi sui rami, sulle foglie; cadevano unite una all’altra in gocce più grandi e pesanti ai leggeri refoli di vento. Stavo in agguato: un soldato in guerra che apposta il nemico per ucciderlo, un selvaggio animale da preda pronto a balzare sulla vittima ignara. Il cuore batteva all’impazzata nel petto, nelle tempie; le mani, artigliate al gelo del fucile, tremavano per l’emozione: “Ecco, sta arrivando … ne vedo distintamente ogni caratteristica. Il pelo nero grigio e setoloso, la testa bassa con gli occhi piccoli affondati nel cranio … ora è davanti … a non più di un metro: è mio … punto il fucile, premo il grilletto … niente, il colpo non parte”. Il cinghiale si spaventò ma nemmeno tanto; fece un piccolo scarto e si gettò alla mia destra nel folto del bosco, sparì; rimasi inebetito, meravigliato, feci schizzar fuori la cartuccia e gettai il fucile per terra con rabbia. Lo ripresi, poi cercai di capire perché non avesse funzionato; esaminai la situazione: quando avevo cambiato cautamente le cartucce, il carrello dell’otturatore non era arrivato in fondo e così il percussore non era scattato. Se c’era stata una colpa, era mia, se il non uccidere fosse una colpa, era mia: “In tanti anni sulle spalle, tante esperienze venatorie, di fucili, di animali, di emozioni, c’è nella caccia, sempre qualcosa di nuovo, di imprevedibile che ci lascia smarriti ed impreparati”.
Per il cinghiale non era il giorno della sua morte.