Presentazione

La malinconica agonia di una volpe rasoiata dall’auto e poi portata in casa a morire, il litigio per il possesso di una cagna innamorata dei suoi due padroni, la storia di un’anatra testardamente legata ai suoi posti e poi catturata, la metamorfosi di un uomo in centauro. Quella di Alfredo Lucifero è la voglia del narratore di infilarsi nei panni dell’animale finché non sai più se è quest’ultimo a pensare o a emozionarsi o se è l’uomo a farsi di piuma, di setola o pelo. Uno stile che ricorda le parole semplici e i toni di favola che ti leggevano piccolo, ma senza alcuna morale finale, perché il senso del narrare si esaurisce nel riportare il fatto, come il piacere di una camminata per i boschi o il godimento fine a se stesso di una cacciata. E dunque la sfortunata storia del cinghiale Gino, i ricordi delle cacciate con Don Peppe, l’intrusione di un telefonino dispettoso, una fagiana che resta ad aspettare il proprio maschio inseguito dai cani e dall’uomo. E ancora istrici, tortore, il canto delle quaglie, i voli delle anatre, la posta al cinghiale e la riposta della beccaccia, le starne, i cani. Bene ha scritto Massimo Scheggi nella prefazione ai racconti che la cifra di Lucifero non sta tanto nella poesia quanto nella memoria e quindi nel paragone a cui ogni episodio ci costringe: la certezza di non essere più gli stessi, di essere cambiati come cambiata è la natura attorno a noi. Prima più ricca, ora un po’ più povera. Forse dal tempo ci salva la caccia. E le emozioni che ci restituisce intatte.

Il Fagiano

Lui frullò scendendo rasente l’arco a mezzaluna della collina, le ali aperte e curve immobili nel volo.
Approdò in una breve pianura al margine del bosco. Lì il grano cresceva bene, fitto, verde smeraldo, si curvava al vento ancora freddo che arruffava e lisciava le penne.
Tre o quattro femmine grigio-tortora cercavano le prime larve, becchettavano i germogli.
I colori del fagiano maschio brillavano al sole, il rosso dominante cupo e screziato, il blu verde del capo, l’anello bianco attorno al collo.
Scrollò le ali aprendole di nuovo, senza volare, per pavo-neggiarsi alle femmine. Una era piccola e chiara e gli piacque più delle altre: si diresse verso di lei.
«Non sappiamo l’amore che nacque non conoscendo i sentimenti che i fagiani possiedono in qualche misura». La primavera copriva di fiori la collina ed il bosco inverdito e schiarito dalle macchie di biancospino, il terreno spoglio diveniva foresta di erbe, frumenti, diveniva nido in qualche angolo nascosto.
Il grano era cresciuto ed ingiallito, le spighe mostravano l’oro, l’iride si impiccoliva per il riflesso giallo del sole, il caldo avvampante e l’acqua lontana.
I piccoli fagiani striati come cinghialetti ed implumi, correvano rapidi dietro la madre grigio-tortora che li chiamava ed insegnava l’acqua, le larve l’erba da beccare, la fuga e l’immobilità di pietra confondendosi con il grano tagliato e la terra ove ali possenti e brune oscurassero il cielo. La fuga al rumore, al falco, alla volpe, all’uomo. La fuga era la vita. La tuta mimetica che li copriva, la salvezza. Non sapevano ancora. Da grandi dovranno fuggire veloci per divertire di più, per fare inorgoglire su un bersaglio difficile.

Ma fino ad allora la fuga, la scaltrezza, sarà la loro vita, pur con la condanna a morte certa che li attenderà: fucilati i più, ai primi giorni dell’autunno, ancora con il calore dell’ estate addosso ed il volo incerto della gioventù, e gli altri più fortunati, quando i boschi si sarebbero spogliati dalle foglie mostrando i tronchi, i rami svettanti per la tramontana, gocciolanti di pioggia, rigidi di brina.
Qualcuno, come l’anno precedente, il padre, si sarebbe salvato dai nemici potenti ed avrebbe visto il volgere delle stagioni, il loro ripetersi, l’arsura del terreno con le profonde crepe nell’argilla, il sole ed il canto a non finire delle cicale e delle rane, salire dai lontani specchi d’acqua artificiali e dal torrente quasi secco.
Lo scopo della loro vita sarà la fuga, per la fuga il disegno perfetto delle penne, la bellezza dei colori, la loro varietà nei maschi, gli occhi gialli e neri e la coda da re, una freccia di raso con la frangia rossa. «Guarda Carlo, è bellissimo! Ha dei colori stupendi! Tienilo tu che hai la cacciatora più larga, mettilo bene, vorrei farlo imbalsamare». In tasca, o legati con strisce di cuoio portati a tracolla sulle spalle, gli altri morti, rigidi, sporchi di sangue e con i segni del piombo rovente e dei denti dei cani: l’armonia dei loro movimenti in atteggiamenti grotteschi. Carlo lo prende, lo liscia per far ritornare il verso alle penne sconvolte e lo infila nel carniere.

Come Acquistare

Il Fagiano e il Cinghiale

Listino            € 14,00
Editore           Editoriale Olimpia
Data uscita   04/2006
Pagine           160, brossura