Il Libro

I racconti di questo volume, con le più varie rappresentazioni, evidenziano una grande passione per la caccia e un amore intenso e sofferto per la natura, con le nuvole fuggenti e i boschi di cespugli e di alberi rinati, le albe nebbiose o trasparenti e i tramonti infuocati, e per gli animali plasticamente raffigurati con i colori d’arcobaleno, sempre uccisi, anche con la fantasia, in un’apparente contraddizione. E un legame di favola unisce i grandi eventi e i grandi sentimenti al di là del tempo: la vita, la speranza, l’amore, la morte, tutti misteriosi e, spesso, ingiusti.

Il libro è stato presentato alla Capannina di Forte dei Marmi.

Al pubblico dibattito hanno partecipato:

Monica Baldi Parlamentare Europeo
Raffaello Bertoli Giornalista Scrittore
Massimo Cocchi Presidente Federcaccia
Giuliano Incerpi Direttore della rivista Diana
Ennio Bonfanti Resp. Caccia Assoc. L.A.V.

Presentazione

Fa piacere, dopo tanti libri di tecnica venatoria, leggere ancora racconti di caccia. Non siamo qui alle Giornate di caccia di Eugenio Niccolini nè alla narrativa dei poeti e romanzieri toscani del secolo passato e dell’inizio del nostro.

Per il lettore, i racconti di caccia di Alfredo Lucifero presentano però soprattutto due pregi. Quello di essere scritti in modo lineare, chiaro, a tratti giornalistico, con poche indulgenze – peraltro piacevoli, dove ci sono – alla poesia. L’altro è che si tratta di racconti veri. Di una caccia dei giorni nostri. Una caccia “povera” rispetto al passato, che non è fatta di ricchi carnieri e di avventure mirabolanti, di personaggi mitici e di luoghi fantastici, ma che trova la sua soddisfazione nel godimento della natura, in qualcosa d’interiore che ha a che fare con la possibilità di vivere a contatto con l’ambiente naturale, con emozioni forti che solo la pratica venatoria sa dare.
Così la paura provata dall’autore nelle Valli di Comacchio, tutto inzuppato in attesa di un barchino che tarda ad arrivare; così le sabbie mobili presso il fiume Neto nella ricerca di un piviere dorato; così ancora la grande esultanza per aver trovato un cinghiale col cane da ferma. E una beccaccia cercata di notte diviene la scusa per un ritrovo inusuale di amici, come la migrazione degli uccelli nel Meridione un ripensare al proprio paese e alla propria infanzia.
Questi avvenimenti sembrano narrati a volte solo come contorno al piacere di vivere albe e tramonti, campagne e paludi, animali e sentimenti, altrimenti non avvertiti e non godibili dall’uomo dei nostri giorni, turbato dallo stress quotidiano e spesso alla ricerca di se stesso e delle proprie radici. Leggasi, al proposito, Metamorfosi, dove l’unica caccia di cui si parla è quella nella ricerca della propria identità, del proprio “io”. Pure la ferma del cane su una quaglia selvatica è un modo per gustare il sole di maggio in Calabria, il riflesso del mare Jonio, il grano folto, l’erba e le margherite dei prati. Senza troppa nostalgia per il passato, anche se le tortore e gli altri uccelli migratori non passano più come un tempo.
Un tempo che – l’autore ne è ben conscio – non potrà tornare mai più. Semplicemente occorre godere il presente per quello che ci dà: a caccia, come nella vita di tutti i giorni.

L’amore per la natura e gli animali vengono evidenziati ancor più da Lucifero col fatto che una parte dei racconti riguarda, più che l’attività venatoria tout court, gli animali in genere. Animali non descritti per loro stessi, ma inseriti in un contesto storico-ambientale che ha sempre l’uomo come protagonista. Rane e meduse che occupano le nostre spiagge di vacanzieri, erigendosi a protagoniste di fronte a persone distratte, dimentiche che la natura appartiene a tutto il mondo vegetale ed animale. Le avventure di un fagiano alla ricerca della propria compagna. Una cagna che lega a sè profondamente un uomo e un fuco che si umanizza; mentre una volpe perde la sua furbizia e languisce per le piccole cattiverie umane.

L’eterno mondo di Esopo torna a trovarci
anche se adesso tutto è cambiato.

Massimo Scheggi

Racconti

UN ASPETTO DIFFICILE

Lasciai la macchina, sul bordo di una strada fangosa nei pressi del fiume Neto, vicino a Crotone: indossai stivali a coscia, fucile, cartucce; la passione l’avevo dentro. Per l’aspetto della sera alle anatre selvatiche c’era da arrivare alla foce, dove le acque si allargavano in laghetti e pozze, orlati da ciuffi di canne e di tamerici. Un bel po’ di cammino, fra terre asciutte, larghi canali d’acqua bassa da dove partivano decine e decine di beccaccini, e un bosco sommerso di querce e ontani privi di foglie che dava alla zona un aspetto da girone infernale.

Ogni tanto frullavano uccelli d’acqua: un’alzavola velocissima, una coppia di mestoloni, un moriglione dalle ali piccole e potenti. Nei campi, a perdita d’occhio, intramezzati dai canali, branchi di pavoncelle lampeggiavano candide piume, come z?gare tra gli aranci di cui sembrava di cogliere il profumo nell’aria umida e salmastra. Occorreva fare attenzione a come si spadulava lungo e dentro i canali, ogni volta qualcuno aggottava e doveva levarsi gli stivali a coscia, e versare una fontana di acqua, intiepidita dal calore del corpo

Certo, si sparava ai beccaccini un gran numero di fucilate, ma tant’erano veloci e zigzaganti, che ne cadevano pochi, chiari e spigolosi come stelle, gli occhi grigi stupefatti del destino infelice e imprevisto, il becco lungo e sottile in armonia con le zampe, lunghe e sottili pure. Se c’era il cane a sguazzare felice, riusciva a fermarne qualcuno a vento, col naso aspirante l’aria selvaggia, e indicava al cacciatore da dove sarebbe partito lo sgnec del bacio e il frullo impazzito da stoppare d’imbracciata.

Il culmine della giornata di caccia arrivava quando, stanchi, spesso bagnati, e la notte cominciava a calare vele nere di mistero, si attendeva dal mare il rientro delle anatre; oltre le solite conosciute, le varietà più impensate: canapiglie, fistioni turchi, morette tabaccate, quattrocchi, fino ai rari gobbi rugginosi.

Ombre passavano sulla testa, subito invisibili si posavano vicine, gridi rochi, fischi, ragli di gallinelle d’acqua, mischiati al rumore potente del mare quando agitato si intravedeva in lontananza con lunghe file di onde, bianchi e mutevoli sorrisi. Il vento marino bruciava le labbra, sembrava essere su navi antiche con ondate che passavano sulla tolda e invece era l’acqua sparsa del fiume che scorreva, attratta dal mare. Gli spari tracciavano nell’aria una festa di stelle filanti dirette verso le stelle vere, alte, tremule, oltre le ombre alate. E quando gli uccelli cadevano, c’era da andare svelti a raccoglierli dove si era sentito il tuffo, illuminando la ricerca con lampadine tascabili, altrimenti le lontre li facevano scomparire.

Quel giorno ero andato solo, tardi e senza cane, il tempo era “trabuscato”, nuvole viola finivano in chiazze di azzurro cupo. Altissimo, un branchetto di moriglioni, da un fosso un germano reale, ma lungo: c’era da sperar bene. Mi arrivò un volo fitto e veloce di pivieri dorati che giocavano in aria alzandosi e abbassandosi per cercare un prato umido per la rimessa e il pascolo. Sparai due colpi, uno cadde a straccio, un altro, ferito ad un’ala, finì su di una striscia di terreno liscio e lucido. Prese subito ad allontanarsi, iniziai allora una piccola corsa per prenderlo e… mi trovai incastrato in una specie di “sabbia mobile” come avevo letto sui libri di Salgari. Cercai di tornare indietro, ad ogni movimento gli stivali a coscia affondavano, per fortuna molto lentamente, ma sempre di più. Non c’era nessuno che potesse aiutarmi nè lo speravo. Una sera di tempo mutevole e in lontananza, dal mare, nuvole scure ogni tanto vibranti lampi di luce, annunciavano un probabile temporale.

Cercai di tirare su una gamba, ma, con lo sforzo, l’altra andava più giù; niente da fare, ero sgomento, decisi di tentare il tutto per tutto, rischiando forse il peggio. Mi gettai in avanti col corpo, bocconi, ero dentro fin quasi all’inguine e, tenendo il fucile a braccia distese per coprire una maggior superficie, riuscii lentamente ad estrarre le gambe dagli stivali muovendomi come un’anguilla, una serpe che lentamente si spoglia dalla veste sottile e trasparente. Arrivai così sul terreno duro e faticosamente mi alzai. Gli stivali erano rimasti lì nella buca del mio corpo che lentamente si richiuse. Cominciò a piovere, l’acqua puliva il viso, le mani, il fucile; mi incamminai scalzo i piedi scolpiti nella creta, verso la foce vicina, all'”aspetto” che mi sembrava di non poter perder quella sera. Alle difficoltà avrei pensato dopo.

Le nuvole salendo dal mare avevano cancellato ogni traccia di azzurro, da occidente filtrava però un raggio, rosso come sangue, del sole al tramonto, che, fuori dal tempo, illuminava la scena.

Come Acquistare

Listino            € 9,30
Editore           Editoriale Olimpia
Data uscita   03/2002
Pagine           96, Illustrato