La laurea e l’amore

Robin Edizioni

Asterischi - Racconti pag 1

Una piazza quadrata e antica; l’uomo la percorreva lentamente senza curarsi di un camion verde; l’urto fu un richiamo lieve sul suo braccio, sufficiente a fargli perdere l’equilibrio; riuscì così a cadere supino; in un attimo l’infinito scorse sotto un cielo nuvoloso: la ruota gli passò sul viso; ritirò le braccia e le gambe come fosse in culla, mentre la giacca si apriva su di un panciotto a quadretti.

Non so chi fosse quell’uomo e quale il suo destino, se non quello che vidi e mi incrociò.

Il problema si sveglia e si alza la mattina, cresce, sparisce, risorge, invade poi si ritrae, torna, dilaga fino a sera. L’aspetto è dignitoso, variabile, osceno; è un parassita, un vampiro. La notte, anche il problema si assopisce, ma ha il sonno leggero e si sveglia nel buio, immenso e diverso. Riaddormentandosi, si insinua, a volte, nei sogni con mutevoli allegorie

I tedeschi la facevano da padroni, nelle divise nere con il teschio all’occhiello, passavano sui potenti carri armati e non c’era chi non avesse paura, anche quelli rifugiati sui monti. Erano però uomini e qualcuno, lasciava da parte un brandello di cuore.

Dopo, come tanti, egli tornò nel paese a ricercare quello che sembrava perduto, non finito.

Ma era troppo presto, uno lo riconobbe, lo seguì e lo infilzò all’altezza dello stomaco con una forca da letame.

Fu sotterrato lì appresso e nessuno lo seppe o parlò.

Figure allegoriche, analogie, significati nascosti, immagini, lettere isolate che si compongono in parole e si scompongono: quanto mistero in questo magico rebus!

Voleva cambiare tutto e vivere, con le speranze diverse di un altro spettacolo, la scena di teatro.

Il vento turbinava nella sala e infilava sciami d’api nelle prese d’aria.

Il copione ripeteva a memoria gli scritti che erano ieri e domani.

Cambiato spettacolo, lui spererà di recitare ancora quello appena finito.

Il ragazzo si svegliò di soprassalto, aveva avuto la febbre, ma ora stava bene e non c’era ragione alcuna del suo brusco risveglio.

La luce fioca della piccola lampada sul comodino schiariva la stanza.

Vide un uomo anziano con gli occhiali, i capelli radi e un viso vagamente familiare, chinato su di lui, che lentamente si ritraeva; provò a restare immobile e questi si chinò nuovamente. Allora si alzò di scatto, spaventato. Non c’era nessuno.

Passati gli anni, il ricordo dell’episodio rimase vivo; il viso si appesantì, ebbe necessità degli occhiali e i capelli divennero radi finché le sue sembianze andarono a combaciare esattamente con quelle, rimaste vivissime in lui, dell’uomo che quella notte lo guardava.

Cadde malato per lungo tempo; lei l’andava a trovare ogni giorno e così si amarono.

Quando finalmente guarì, lei si mise con un altro: evidente­mente lui era migliore da malato che da sano.

Asterischi - Racconti pag 2

Lei aveva delle giuste pretese volte ad ottenere la felicità, pur inesplorata e irraggiungibile; lui, era l’ostacolo, la ostinata volontà di negarla.

Ma, la felicità, essa non sapeva, era quel continuo sfuggirle, il non raggiunto traguardo.

Lui, era una pietra nel torrente che l’acqua spumeggiante, dopo un primo indugio, può aggirare e proseguire, correndo allegra.

Quando si fermò al banco del bar, lo riconobbi, anche se aveva una piccola maschera rosa sul viso. L’espressione era la sua, la fisionomia profondamente alterata dalla maschera.

Eravamo stati amici, corse folli in auto, la sera a ballare, a volte a discutere di niente fino a sentire il vento gelido dell’alba.

Mi guardò un attimo: un pensiero, un lampo, una nuvola, un ricordo, gli trascorsero fugaci nell’espressione; prese tranquillamente il suo caffè e se ne andò.

Potevo chiamarlo, avrebbe certo riconosciuto la mia voce; il viso no, la mia maschera era perfetta, copriva quasi anche gli occhi in sottili fessure verdi, arrivava fino al collo della camicia.

Una bella maschera, con grandi labbra di pagliaccio stanco, che presto mi sarei tolto per riderne e mostrare il mio viso.

La prossima volta che capiterà di incontrarlo, me la leverò subito, senza attendere un riconoscimento impossibile, parleremo così, ancora insieme, dei tempi che ricordo felici.

La notte d’estate era tranquilla, lentamente procedeva verso l’alba.

La luna illuminava.

Un piccolo rapporto, il loro, che durava da qualche giorno; ma erano subito stati insieme. Lei aveva provato una grande attrazione, forse lo amava, anche se sapeva di essere per lui solo una distrazione estiva, una ragazza bionda e carina, così disponibile.

Ma, quella sera, lei non se l’era sentita; forse era triste.

Cos’era successo tra loro dopo essersi trovati, prima di arrivare all’incrocio, sull’auto condotta lentamente lungo quella notte tenera e fresca, lui, dopo, non riuscì a ricordarlo; il segreto, rimase nella felice morte di lei che le giunse veloce, stridendo nelle gomme di un’auto un attimo illuminata, solo per lei, così disponibile.

Poi, per lui, la vita intera, quasi dimenticando, ma non del tutto, l’appuntamento.

Quel ripetersi di date, di numeri, di nomi, non poteva essere privo di significato e lo preoccupava anche sotto il profilo esistenziale.

I nomi ritornavano imperiosi, chiari, mentre le persone, si limitavano ad essere semplici intermediari, simboli di quei nomi.

Anche i numeri, sempre gli stessi, gli capitavano addosso; le sue abitazioni, tutte con gli stessi numeri, le camere di albergo, le date significative e ricorrenti, le somme di denaro: veramente combinazioni e magie straordinarie.

Non sapeva se fosse lui ad inconsciamente scegliere, cercare, indovinare; oppure il suo destino a regolare con meccanismi perfetti quelle date, quei numeri, quei nomi, mosso da un simpatico giocoliere.

Andavano, di solito, a fare all’amore, con la macchina, in una stradina che scendeva verso il letto di un fiume. D’estate si poteva andare dentro il letto perché era asciutto e pietroso e pareva loro di essere più sicuri, tra le pietre bianche, lontani dai grandi alberi fronzuti che potevano nascondere qualche insidia.

Trascorrevano le ore, così lontane adesso, immobili nella memoria come le pietre del fiume che li proteggeva.

D’inverno il fiume s’ingrossava ed allora si fermavano in alto, sull’argine, tra gli alberi spogli e l’amore era lo stesso.

Poi si erano lasciati, non ricordava perché, e ciascuno era andato a letto con altri, a riprovare più comodamente quel piacere lontano.

Tirando le somme, cercava affannosamente di dare un senso a quei ricordi di un amore incompleto, una ragione a tante misteriose casualità.

L’aveva amata, ma per le singolari vicende e contraddizioni della vita, c’era stato ben poco fra di loro; tuttavia l’aveva sempre avuta in mente, pensata con nostalgia e rimpianto.

Quando, per caso, dopo tanti anni, poté averla di nuovo fra le braccia, non riuscì a farci più niente.

L’andò a trovare a casa, una volta che il marito non c’era. Si trovò circondato di cose della famiglia di lei, mobili e soprammobili, i figli, tracce ancora calde di sentimenti estranei, lontani da lui.

Rabbrividì, inventò una scusa e se ne andò.

Non la vide più, né più la pensò, come invece aveva fatto spesso, prima di andarci, così tardi, così male, a letto.

Lo illuminò un pensiero:

aveva sbagliato un riflesso

per un amore vero.

Il grande pittore Andrea del Sarto prese la peste, anche lui così grande, e allora fu murato vivo nella sua stanza in ossequio ai sistemi sanitari dell’epoca in cui, per avventura, viveva.

La moglie, che già era stata moglie di un altro, vista la mala sorte, se ne scappò con un terzo, pensando di migliorare la propria posizione.

Lui lasciò tutto alla figlia, dettando, rassegnato e distrutto, le ultime volontà dalla sua prigione mortale.

Una grande tragedia, che conosciamo, perché lui fu grande.

Restano quadri bellissimi, nelle gallerie del mondo; niente, di quella tragedia, di quella disperazione, che lui, pure così intensamente, provò, da morirne.

Della moglie, egoista e traditrice, sembianze immortali in dolci madonne dai vividi colori.

Lei, certo, non lo sa.

Il sonno che aveva cercato di usare il minor tempo possibile per vivere di più, gli stava occupando sempre maggiori spazi disponibili.

Pensò che l’eternità gli stesse concedendo un anticipo.

Ricordo esattamente la guerra: un aereo passava a bassa quota quasi di fronte alla collina dove abitavo, mitragliando selvaggiamente il terreno di schiocchi disordinati, contemporaneamente una bomba ne uscì e lentamente, quasi precedendolo in una caduta orizzontale, si diresse a terra dove c’era una casa di contadini, campi di grano verde-giallo e persone che correvano.

L’esplosione fu un giuoco, annunciato da un denso cumulo di fumo e da un vento caldo e violento.

Qualcuno morì con le membra straziate.

Ricordo che, più tardi, nel laghetto formatosi dalla buca della bomba, dal grano e dal sangue, nacquero bei ranocchi striati che cantavano a perdifiato e che scendevo a pescare con passione.

Non credeva, ma si piegò in preghiera.

Forse per supplicare se stesso, per sopportare il fluire dei giorni, per sbrogliare il groviglio di sentimenti che lo tormentava.

Quando tutto sarà passato, resterà un’urna vuota nell’aria, un posto, per contenere quell’invocazione sacrilega.