Prefazione di Lia Bronzi

Alfredo Lucifer, homo viator, nel suo incessante itinere metamorfico e permutante, generatore creativo di varie forme di arte come scultura, poesia, narrativa (racconti, romanzi), comunque e sempre senza fumesterie autoreferenziali, ci propone questa volta Racconti di caccia, come evocazione della “causa primeva” la caccia appunto, che pratica come forma antropologica e sociologica, quale vincolo ancestrale alla quale l’uomo si è dedicato dapprima per sfamarsi, in seconda istanza come forma di primitività alla ricerca della vitale e tangibile presenza segnica dell’uomo nella biologia formale dell’Universo, con la voluttà di sottrarre a thànatos il tempo ritrovato, che è poi antichissimo presente, quale mito consolidato intorno e all’interno delle boschive colline della Toscana ed in nodi di civiltà provenienti, nel caso di Alfredo Lucifero, dalla sua nobile famiglia.

Una passione, quindi, questa dello scrittore, che non ci stupisce in quanto risorgente genie du sang oscillante tra ethos e pathos quale zona liminale dell’esistenza. Una narrazione che ha come protagonista l’artista stesso e i cinghialai de “La Disperata”, ma anche gli animali cacciati con permesso delle regole morali e legali della stessa caccia, quali cinghiali e beccacce, nei termini ed in tempi prestabiliti. L’ambiente, come detto, è quello del bosco preappenninico, nel quale esiste una prima soglia di eternità sia per il rigoglio della flora, nelle forme della vita biologica della natura che si rinnova nelle stagioni, ed in ciò che si disfà e si replica ciclicamente, secondo un naturale rigurgito di vita e di morte, tutto teso a svelare ciò che si cela dietro le parvenze da esso imbastite, che Lucifero sensibilizza con il coraggio di spremere il succo reale e semantico di situazioni diverse, fisssandone i termini in un imprevisto diario di sensi e sentimenti suoi personali, celati ab imis che fuoriescono dai racconti con senso e passione, secondo una prescienza dell’elementare naturalità perduta dell’uomo, come forma profana del mito e di ciò che fu e si ripete nei tempi.

1°capitolo: Una cacciata al cinghiale de "La Disperata"

La squadra era la stessa con varie tipologie personali, unico il nome: La Disperata. Unica la passione violenta, nascosta e cruenta per cacciare i cinghiali;

Animali strani questi, che combatterono contro l’uomo fin dal lontanissimo passato dove le armi erano di legno, pietra, di ferro: bastoni frecce, alabarde, lance, coltelli, forconi; uguale la difesa e l’offesa del cinghiale, denti acuminati forza erculea, intelligenza, velocità imprevedibile di gazzella.

Si gioca e si scherza, si parte con le macchine, una volta con i cavalli o a piedi, ma la direzione dove fare la cacciata era incerta, la mattina presto era piovuto e i cinghiali era stato impossibile “tracciarli”: la guardia dell’azienda chiama la cacciata “intervento” con volto corrucciato quasi si trattasse di un’operazione chirurgica; si decide che i tre canai con i cani multiformi e multicolori sarebbero partiti dall’alto della collina ricoperta da un bosco di cerri e lecci alternativamente chiari e scuri, al suolo piccole macchie di pungitopi così graditi ai cinghiali.

Con le altre poste ciascuna ad una distanza giusta ci posizioniamo ai margini inferiori del bosco, alcuni più vicini, altri più lontani per tirare ai cinghiali che fossero stati padellati dalle poste o le avessero aggirate.

Subito si sente arrivare la canea il cuore batte forte. Il cinghiale potrebbe uscire davanti a me o all’amico piazzato vicino. Giuliano un gentile signore dai capelli bianchi e dal volto sorridente di fanciullo, ma arrivato sul bordo non esce e piega in alto dove c’è una recente tagliata e sembra allontanarsi.

Il Libro


Editore           Ibiskos
Data uscita   2014